Daniele Finzi Pasca - Incontro epicureo

Articolo
Mercoledì 15 Novembre 2017
Knut Schwander

Curerà la regia della Festa dei Viticoltori del 2019 a Vevey. Daniele Finzi Pasca, 53 anni, è un poeta dallo sguardo vivace, dalla voce dolce, dai gesti espressivi e dall’eloquio tanto colorito quanto metaforico. L’abbiamo incontrato nella magica cornice di Villa Castagnola, a Lugano dove, con umorismo, ha rievocato il suo percorso e i suoi legami con il vino. Sorprendente.

 

“Quando ero chierichetto, credevo che il nostro sangue fosse composto da vino e un po’ d’acqua, esattamente come lo preparava il curato. Solo più tardi ho capito che non era così”, racconta Daniele Finzi Pasca, l’occhio malizioso e un bicchiere di Moncucchetto in mano. Moncucchetto? Una tenuta che sovrasta Lugano, i cui edifici sono firmati Mario Botta. Quando Daniele Finzi Pasca parla di questo vigneto, si desidera immediatamente andare a farci un giro. Soprattutto quando si degusta questo delicato assemblaggio di vitigni bianchi seduti a una tavola che guarda sul vigneto, dall’altra parte della città, in un piccolo salone dal soffitto a cassettoni nell’elegante Villa Castagnola.

Un tempo casa particolare di una famiglia di aristocratici russi, la villa è diventata hotel di charme più di un secolo fa. In pieno centro, oggi è inserita in un parco subtropicale che si apre sul lago, al quale si accede da una spiaggia privata e guarda le colline che circondano Lugano, là dove si adagia il vigneto. Un luogo magico.

 

Magico e unico

“Ho scelto questo posto poiché mi ci sento come a casa” dichiara Daniele Finzi Pasca. Si capisce: qui la collezione di opere d’arte è autentica, l’accoglienza di attenzione rara e la cucina squisita. La coppia di proprietari, autentici mecenati, non soccombe ai colpi dell’appiattimento. Improvvisamente, questo paradiso terrestre dove prosperano palme e alberi centenari resta unico.

Regista di teatro, di circo e di opera e anche dei Giochi Olimpici di Torino e di Sotchi, Daniele Finzi Pasca, allo stesso modo, sa mettere in scena i suoi racconti, Quando racconta che suo nonno Pasca, italiano, adorava parlare di vino, lo fa tanto bene che sembra di vedere un film in bianco e nero.

Pubblicitario in Piemonte e nel Veneto, questo nonno acquistò un vigneto negli anni ’50: Produceva un vino molto semplice che noi chiamavamo Bombarolo perché, chiunque lo bevesse, poi litigava… tranne i membri della famiglia!” Evidentemente, in questa famiglia, si è poeti di generazione in generazione. Poeti, ma anche fotografi: “In famiglia abbiamo tutti un legame con la fotografia”. Daniele è il terzo Finzi fotografo: “ Sono stati il mio bisnonno, che si era trasferito in Ticino, e mio nonno e mio padre poi ad aver prodotto delle cartoline che hanno fatto il giro del mondo.

 

Dono di narratore

Sguardo d’artista e dono di narrare, Daniele Finzi Pasca è naturalmente piombato nell’universo del teatro quando era molto giovane. Poi si è interessato all’opera: “ Il Ticino è vicino alla cultura italiana e il melodramma e l’opera ne fanno parte.” Ora, l’opera è l’antenata del cinema e subito ci rituffa nel film della sua gioventù ascoltandolo ricordare sua nonna: “Lei non beveva acqua, solo vino. Un tempo ce n’erano che non erano costosi. Sicché quando è invecchiata, non osavamo più dirle quanto costava, poiché l’avrebbe giudicato indigesto!”.

La conversazione prosegue accompagnata da un Terraferma 2012 di Zündel, prodotto bio. E Daniele Finzi Pasca, la voluttà nella voce di sparare un paragone inatteso: “Alla stregua di un direttore d’orchestra, ogni viticoltore  percepisce ciò che lo circonda con il suo naso e anche con il suo sguardo. Di là dalle competenze tecniche, è la percezione che è al centro di tutto ciò che fanno. Perché mai vendemmiare oggi e non una settimana più tardi? Alcuni hanno un’intuizione o un talento che li spinge a fare la scelta giusta.

 

La festa reinventata

La Confraternita dei viticoltori, in ogni caso, sembra aver avuto fiuto e fatto la scelta migliore rivolgendosi a Daniele Finzi Pasca per mettere in scena la prossima festa dei viticoltori nel 2019: “Per me, è il ritorno in Svizzera, poiché viaggio molto” si rallegra il regista del quale, i 250 collaboratori, attori, danzatori, giocolieri solcano il pianeta intero. A Vevey ha intenzione di reinventare la festa, né più né meno. Sbarazzandola di tutti gli inutili fardelli che il XX secolo le ha aggiunto: “ Ritornando alle radici di questa festa che celebra il lavoro di chi sgobba”. Meno cerebrale, la festa sarà più toccante. Ci si ritorna, è la ricerca di emozione che egli piazza al centro di tutte le sue imprese. E venire a Vevey, giustamente, non è sprovvisto di emozioni, poiché è là che suo padre aveva studiato fotografia. E dunque che 2019 sia, per celebrare la vigna e le emozioni che ci permettono di trasmettere. 

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